YSport

Federico Roccio a YSport: il Cacciatore di Stadi di GroundHopper

FEDERICO ROCCIO INTERVISTA – 536 stadi visitati in 35 nazioni diverse. Sono numeri assurdi, ma reali, quelli di Federico Roccio, appassionato di calcio e autore del libro “Il Cacciatore di Stadi”. Tutto è nato grazie all’applicazione per iOS e Android “Groundhopper”, che tiene conto degli stadi visitati da ogni utente iscritto. Federico, primo in Italia tra i groundhoppers, è diventato un esempio da seguire per tutti gli appassionati di calcio. I suoi viaggi e le sue storie sono tutte da raccontare.

Federico Roccio a YSport: il Cacciatore di Stadi di GroundHopper

Lo abbiamo ascoltato ai microfoni di YSport Italia, e ci ha raccontato le emozioni nel girovagare per il mondo, tra tradizioni e culture differenti, tra le tifoserie, tra gli stadi più grandi del mondo fino a quelli in terra di periferia. Chi non lo farebbe?

Ciao Federico. La tua è un’impresa, ma anche un sogno per tanti appassionati di calcio. Quando hai iniziato a girovagare per gli stadi del mondo e come è nata questa malsana idea?

“Ho iniziato nel 2007. Sono tifoso milanista, tutto nasce grazie a mio padre che mi ha imposto il credo Milan da piccolino. Mi impedì di andare alla finale Milan-Liverpool, quella vinta ad Atene, perché ero 17enne e quindi minorenne. Ed allora in me è scattata la frase che scatta in tutti gli adolescenti “a 18 anni farò quello che voglio”. E così è stato. La prima in trasferta un Lecce-Milan, presi un intercity notte per andarla a vedere. Ore e ore di viaggio. La seconda fase è invece iniziata nel 2009, sempre con i miei amici del Milan, ero in una trasferta a Catania. Mi hanno mostrato un’applicazione dal nome GroundHopper, che tiene conto di tutti gli stadi visitati. Hanno iniziato a prendermi in giro dicendo “questo stadio non ce l’hai, qui non ci sei mai stato”. Da lì mi son detto se lo han fatto loro perché non posso farlo anche io. Ho finito tutta la Serie A con le trasferte del Milan tranne Genoa e Napoli che furono vietate quell’anno. Poi ho iniziato a vedere la serie cadetta, poi la Serie C, fino ad arrivare in Svizzera, Francia, Germania. E ad oggi, con 536 stadi di 35 paesi diversi”.

Si parla tanto di rinnovamento degli stadi italiani. Sono obsoleti. Quali differenze hai riscontrato rispetto a quelli europei?

“Si sente assolutamente un bisogno di rinnovamento. La differenza con gli stati esteri è palese. Gli stadi migliori sono in Regno Unito. Hanno stadi di proprietà, da noi la maggior parte sono comunali. La differenza è netta. In Italia non vuole investire su un nuovo impianto né il Comune, che non vuole cacciare soldi, né la società, perché lo stadio non è di sua proprietà. Le ultime modernizzazioni le abbiamo avute a Italia ’90. Gli altri sono costruiti negli anni 30 e 40. Ormai hanno fatto il suo tempo, hanno 70 anni. È qualcosa di assurdo se si pensa agli stadi di nuova generazione del Regno Unito, della Germania e della Francia”.

Quanto incide la presenza delle piste d’atletica sull’impatto con il campo da parte delle tifoserie?

“Incide tanto. Ti rispondo con un esempio: il London Stadium, diventato la casa del West Ham United. Non c’entra assolutamente nulla con il vecchio Upton Park. La pista di atletica è questo, è dispersiva. Ci sono quei 10-15 metri di stacco tra gli spalti e il campo. Tutti i gradoni del Regno Unito sono a ridosso del campo. Tu giocatore, che vai a battere una rimessa laterale a un metro dai tifosi, o un calcio d’angolo, senti la pressione, senti la passione. In Italia sono pochi gli impianti pensati in questo modo”.

Juventus, Udinese, Frosinone. Alcune realtà italiane con impianti nuovi. Ci sei stato sicuramente. Ecco, si è riusciti a ricreare l’atmosfera di cui abbiamo appena parlato?

“Da un lato di rispondo di sì, perché sono stadi all’avanguardia, sono gioielli, moderni. Dall’altro ti dico no, perché in Italia, a differenza del Regno Unito, non si respira lo stesso clima di festa. Il tifoso italiano si permette di dire e di pensare “ho la pay tv, resto a casa, fa freddo”. Ti racconto QPR-Wolves, partita di basso livello della Championship inglese: sold out. A parte l’Inghilterra questo clima lo si respira anche in Germania. Forse in Francia il calcio non è lo sport primario, si da più priorità al rugby, ed è più simile all’Italia. C’è da dire però che in Italia il calcio è religione e ci si aspetterebbe stadi sempre pieni. Purtroppo qui si parla male degli ultras, dei gruppi organizzati, che ogni volta escono sui media per cronaca nera. Spesso si nascondono iniziative belle, che gli ultras puntualmente compioni. Basti pensare agli ultras di Genova che hanno raccolto 19000 mila euro dopo il crollo del Ponte Morandi, o tutti gli ultras italiani che hanno raccolto fondi per ricostruire lo stadio ad Amatrice dopo il terremoto. In tv si cerca sempre di far passare il segnale che gli ultras fanno casino. Il bravo e il cattivo ci sono in tutte le cose. Anche se vai a scuola c’è la maestra elementare che picchia il bambino ma ne trovi una su 100″.

Il fenomeno Hooligans, però, nasce in Inghilterra, negli anni ’80. Lì sono riusciti a debellare il problema, anche se in modo parziale e solo all’apparenza…

“Ci sono ancora, si trovano fuori, a 2-3-4 chilometri dagli stadi. Si affrontano in venti contro venti o trenta contro trenta. All’apparenza il calcio inglese è un modello. Tutto sta nella differenza di principio. Lì il giorno della partita si affronta in modo diverso. Si vive la giornata o la serata. Si vive il giorno prima, il giorno stesso e il giorno dopo. Allo stadio trovi ristoranti, bar, pub e chi più ne ha più ne metta. Ti permettono di trascorrere una serata con gli amici, con la famiglia, fanno da contorno ai 90 minuti della partita. In Italia in trasferta ti scortano fino al settore ospiti e ti fanno uscire un’ora dopo la fine per ordine pubblico”.

Lo stadio più all’avanguardia che hai visitato?

“Ne cito due: l’Allianz Arena di Monaco di Baviera e il Luzhniki di Mosca, rinnovato per i Mondiali 2018”.

Quello con l’atmosfera più elettrizzante?

“Senza alcun dubbio il Celtic Park di Glasgow. Uno stadio dove solo a entrarvi ti viene la pelle d’oca. Ti fa sentire a casa tua. Ti racconto la mia prima volta lì: settore ospiti in un Celtic-Milan. I tifosi scozzesi a fine gara sono venuti sotto il settore a lanciarci le loro sciarpe. Una cosa eclatante. Quattro mesi dopo sono stato al mio primo Old Firm, il derby contro i Rangers. Un’esperienza che non ho più vissuto da nessun altra parte e in nessun altro derby”.

La tifoseria più calda che hai visto?

“Per me dopo il Celtic viene il Borussia Dortmund. Il muro giallo del Westfalenstadion fa paura. Ho visto un Der Klassiker, Dortmund-Bayern Monaco: 24.500 persone in curva. Un’ora e mezza prima della partita loro hanno già la curva piena e cantano a squarciagola. Se la partita in Italia è alle 20.30 alle 19 è vuoto, ma questo anche nel resto d’Europa. Probabilmente solo a Dortmund è così, e solo in Curva. Il resto dello stadio, come di norma, era ancora vuoto. Il muro giallo era già ridondante di cori e birre”.

Lo stadio peggiore?

“Non lo prendo mai in considerazione, sono andato a vedere partite anche nella quarta serie turca o nella Serie B slovena. È chiaro che li ti trovi la tribunetta da cento posti. Mi ha però colpito una cosa: il divieto di televisione, alcolici e addirittura di pubblicare su Facebook in un Bodrumspor-Muglaspor, Turchia”.

Hai viaggiato tanto. Il più duro e difficile che ricordi.

“Ne ho fatti due di viaggi difficili. A Dortmund il mio amico non aveva la patente e ci siamo fatti duemila chilometri partendo dall’Italia. L’altro è stato l’ultimo viaggio per arrivare a quota 500 stadi. Siamo partiti al martedì con un low cost, volo da Timisoara a 8,99 euro. Siamo andati a vedere una partita di Europa League in Serbia. Dopo la partita ci siamo fermati in un ostellaccio per qualche ora, poi in macchina direzione Macedonia per vedere una partita del campionato macedone, Rabonicki-Renova. Da lì di nuovo la macchina, siccome il volo interno da Timisoara a Bucarest costava troppo e il treno ci metteva troppo. Aereo verso Bergamo il giovedì mattina alle 6.00, poi low cost di 15 euro verso Bucarest. Ci mettiamo in macchina e andiamo a vedere Ludogorets-Milan di Europa League. Insomma: tre nazioni diverse in tre giorni. Un’odissea”.

Hai visto tutti gli stadi italiani. Noi di YSport Italia siamo in 12 città italiane, con le nostre comunità di tifosi. Parlaci ad uno ad uno degli impianti che hai visitato. Pariamo dal “Partenio-Lombardi” di Avellino…

“Ci sono stato l’anno scorso alla prima di campionato Avellino-Brescia. Ho conosciuto un paio di giornalisti di Avellino, Antonio Iannaccone, Titti Festa e Marco Ingino di Sport Channel. L’accoglienza è stata calorosa, ma mi è rimasta impressa la Curva Sud. Un’atmosfera unica, in Italia se ne vedono di poche così. E poi lo speaker, Il Divin Peluso, al gol di Gigi Castaldo è impazzito. Uno spasso”.

Cosa ci dici dell’Artemio Franchi di Firenze?

“Sono stato due volte al Franchi, ho visto due Fiorentina-Milan. Per me è bello, ma troppo vecchio andrebbe ristrutturato e modernizzato. Per una curva come quello viola, per quello che è il tifo viola, serve un impianto nuovo. Il Franchi risale ai tempi del fascismo, di cosa parliamo”.

Il Bentegodi di Verona? La tifoseria dell’Hellas è paragonabile a quelle inglesi?

“Troppo dispersivo. Confermo quanto dicono sui veronesi: la loro Curva piena di pezze è english style allo stato puro. Ogni tifoso ha la sua pezza. Sotto questo punto di vista è una cosa che mi piace tantissimo. Spesso vengono criticati, ma io parto dal presupposto che lo stadio non è la Chiesa. Non è neanche l’aula di classe. Come ci sta l’insulto al ragazzo di Milano, al ragazzo di Napoli, al ragazzo romeno o al ragazzo che arriva dal Senegal. Non mi sta bene che Milano in fiamme va bene e all’altro dici scimmia non va bene. Non è razzismo, è sfottò. Quello che succede allo stadio rimane allo stadio. Lo stadio è così, ci sta il momento becerità. Ci sta il fatto di insultare per scherzare. Ma deve finire lì, allo stadio”.

Cosa cerchi di raccontare nel tuo libro, Il Cacciatore di Stadi?

“Non ho mai messo piede in un’università. Nasco come cuoco. Non ci sono termini tecnici nel libro. Non parlo mai della statistica della partita. Parlo della passione, delle trasferte che affrontavo da ragazzo. Come cambia il modo di viverle ora che sono più adulto. Ciò che spendo di viaggio, i mezzi che utilizzo, quanti siamo, chi siamo, la birra che beviamo, quanto costa, il tifoso che conosco, il coro che cantano, lo striscione che viene esposto. Racconto il vero spirito del calcio, il punto di vista del tifoso”.

Chiudiamo con una domanda difficile: il coro più bello che hai ascoltato, prima all’estero e poi in Italia.

“You’ll Never Walk Alone cantato a Celtic Park e non ad Anfield. Li ho visti entrambi dal vivo ma quando ho ascoltato quello cantato in Scozia mi sono messo a piangere. In Italia? Roma-Barcellona ad aprile è stata una bella esperienza. Si respirava il calore della gente. Il coro “Roma, Roma” mi ha messo i brividi”.